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La giustizia familiare come cura delle relazioni

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La giustizia familiare come cura delle relazioni

Nel quadro del convegno A ciascuno il suo. I Centri di Ateneo in dialogo sulla giustizia, tenutosi il 3 dicembre 2024 presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, il direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, il prof. Camillo Regalia, e la prof.ssa Eugenia Scabini hanno dialogato sul tema della giustizia dal punto di vista delle dinamiche familiari.

Quando parliamo di giustizia spesso diciamo che essa si attua quando a ciascuno viene dato il suo, ciò che gli spetta – nella concezione classica tomista «reddere unicuique quod suum est». Ma come declinare questa idea in una prospettiva familiare? Per rispondere a questa domanda è necessario ricordare ciò che qualifica l’identità di una persona. L’identità di ciascuno si costruisce a partire dalle appartenenze dalle quale è originato e in cui è inserito. Tali appartenenze hanno una profonda radice familiare, anche se oggi questo aspetto viene spesso negato o sottovalutato. Tale radicamento colloca ogni persona all’interno di una trama generazionale lunga, che ci precede e che al tempo stesso rappresenta il fondamento originario di ciascuno.

In questa prospettiva dare a ciascuno il suo è innanzitutto l’atto di riconoscimento della posizione che ciascun componente della famiglia occupa nella trama delle generazioni, con i diritti e doveri legati a tale posizione.

In secondo luogo, se la persona si sviluppa all’interno della trama dei legami famigliari che la accolgono e che nel tempo costruisce, è espressione di giustizia a livello familiare dare a tali legami la cura che necessitano per poter fiorire: in altre parole, tutto ciò che esprime una cura dell’altro e del legame è generativo di giustizia, mentre sono forme di ingiustizia che consumano e disgregano le relazioni ogni forma di trascuratezza o di cura inadeguata.

Infine, il “suo” che qualifica la dinamica della giustizia familiare è la logica del dono, una qualità del legame familiare che ha alla sua origine un quid gratuito. Quando questo elemento di gratuità è assente, ci troviamo di fronte all’ingiustizia di chi non solo non è in grado di donare, ma usa e sfrutta l’altro. Tale dono, per altro, non si caratterizza per una gratuità assoluta, ossia sciolta dal legame entro cui si manifesta. Infatti nelle relazioni il dono convive con l’altra faccia della medaglia, cioè il debito e l’obbligo. Ciò significa che il dono originario e il debito riconoscente devono essere compresenti, ed è in questa danza circolare tra i movimenti del dare, ricevere, ricambiare – movimenti plasticamente rappresentati nel quadro delle Tre Grazie di Botticelli – che si colloca la giustizia familiare. 

Gli scambi familiari sono peraltro sempre soggetti al rischio di degenerazione e di disgregazione: le trasgressioni, le offese, le violenze fisiche e psicologiche sono esperienza comune nelle famiglie. In queste situazioni ai familiari non è chiesto solo di risolvere o ricomporre un conflitto. Si tratta, in modo più drammatico, di poter riconquistare la fiducia e la speranza nel legame familiare e pervenire ad una pacificazione che permetta un possibile rilancio del legame. A tal fine entra in gioco l’azione tipicamente umana e umanizzante del perdonare, quel dono profondo e misterioso che nella sua struttura profonda proviene dal coraggio di riconoscere che le persone non si identificano con le azioni che commettono e che gli errori commessi dagli altri sono qualcosa di non totalmente estraneo a sé. Un perdono che non è solo un movimento interiore dell’anima, ma un’azione volta a stabilire equità e a rilanciare in avanti il legame.  In questa prospettiva, la giustizia familiare si distacca da una visione retributiva dei torti e delle ragioni, per evidenziare il suo potenziale carattere liberatorio. Una relazione perdonata è una relazione che non lega per sempre le persone al terzo della colpa, ma scioglie le persone dalla prigionia del male, che in modo così efficace tiene unite le persone, sia coloro che hanno offeso, come quelle che hanno subìto l’offesa.

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