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Il caregiver e le sue reti

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Il caregiver e le sue reti

Un recente progetto di ricerca, condotto nell’ambito del PRIN22, "Social capital as resource of care practice in Italy: Caregiving and social support in pandemic time", ha messo a fuoco la funzione di caregiving assumendo che si tratti di una relazione specifica all’interno di un network di relazioni informali.

È noto che in Italia siamo in presenza di una diffusa cultura del prendersi cura dei più fragili, centrato sul valore delle relazioni familiari (Bramanti and Donato, 2024). Questo modello, spesso fortemente criticato come arcaico e tradizionale, accanto a elementi di debolezza contiene punti di forza che devono essere guardati con interesse, in quanto costituiscono una espressione autentica di solidarietà intergenerazionale (Dykstra, 2010; Bramanti and Garavaglia, 2016). Da una parte la cura, nel senso del prendersi cura, è un elemento distintivo delle relazioni familiari e contraddistingue la solidarietà intergenerazionale; dall’altra, è indubbio che la società è chiamata a offrire la possibilità di scelta ai soggetti e a sostenere coloro che si assumono il compito di prestare sostegno, nella forma specifica del caregiving informale.

Per anni questo compito è stato appannaggio quasi esclusivo delle donne, ma un elemento che appare interessante e decisamente poco esplorato fino ad ora, per lo meno a livello della ricerca sociale, è come la cura di un soggetto fragile impatti sull’intera rete familiare/parentale, al punto che si può, in molti casi, parlare di una funzione diffusa della cura, ovvero condivisa da più soggetti.

In questo lavoro (D. Bramanti, M. Carradore, 2025, Caregivers and Their Support Networks. Who Supports Whom? Different Models of Informal Networks) si è esplorato a partire da colui/colei che si autodefinisce caregiver, quali strategie emergono: secondo un continuum che va da un caregiving puntuale e pressoché esclusivo, a forme di caregiving condivise, quasi alla pari, ad altre più diffuse. Queste differenti strategie sono riconducibili a molti fattori, tra cui la disponibilità di un capitale sociale solido e competente e la presenza di una rete formale di servizi.

In sintesi, differenti modelli di caregiving mostrano che le funzioni di cura impegnano molti soggetti e che colui/colei che si autodichiara caregiver può avere una posizione diversa a seconda della sua collocazione nella rete di cui fa parte e del tipo di supporto che ha scelto. Anche in presenza di reti ciò che si evidenzia è che il compito è soverchiante e quindi le risorse, anche quando sono presenti, non bastano mai, cionondimeno appare con una certa evidenza che essere in grado di disporre di reti aperte, di tipo bridging è un fattore che appare predittivo di maggior benessere per i caregiver e i relativi supporter. La complessità della cura, che implica anche conoscenze e tecniche di intervento specifiche esigono l’accesso a informazioni e conoscenze pratiche di cui difficilmente le reti familiari dispongono; pertanto il capitale sociale bridging appare essere, anche per i caregiver italiani, una risorsa – come a livello internazionale ha già evidenziato Roth (2020) – di cui può beneficiare chi fornisce cura.

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