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Questioni di spazio. Quando i luoghi di lavoro fanno la differenza

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Questioni di spazio. Quando i luoghi di lavoro fanno la differenza

Può uno spazio di lavoro favorire oppure ostacolare l'inclusione? È da questa domanda che ha preso avvio "Inclusive workplaces for knowledge workers. Spaces, organizational practices, and relations", evento conclusivo del progetto PRIN PNRR The relation between workspaces and gender in academia: an interdisciplinary approach, coordinato dal Politecnico di Milano (responsabile scientifica Cristina Rossi) con la partecipazione dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (referente Silvia Donato; team di ricerca: Claudia Manzi, Sara Mazzucchelli e Letizia Bosoni). L'iniziativa, riconosciuta come Satellite Event del New European Bauhaus Festival, ha riunito oltre 80 partecipanti tra ricercatori, professionisti del design e dell'architettura, esperti HR e rappresentanti delle istituzioni, confermando la crescente attenzione verso la progettazione di spazi di lavoro inclusivi.

Le ricerche presentate hanno mostrato come gli spazi – domestici, universitari e organizzativi – non siano semplici contenitori delle attività lavorative, ma veri e propri fattori che influenzano produttività, benessere, inclusione e pari opportunità.

Particolarmente rilevanti per chi si occupa di famiglia sono i risultati presentati dall'unità di ricerca dell'Università Cattolica. Gli studi mostrano come il lavoro da casa abbia reso ancora più evidente il carattere relazionale dello spazio domestico: la possibilità di proteggere momenti di concentrazione e la negoziazione degli ambienti con il partner incidono sul benessere e sulla qualità della conciliazione tra vita lavorativa e familiare. Le ricerche mostrano inoltre come gli accordi “impliciti” tra partner sull'uso degli spazi domestici contribuiscano a riprodurre le disuguaglianze nella distribuzione dei carichi di cura. Le donne riportano più interruzioni, minore disponibilità di spazi dedicati e maggiori adattamenti del lavoro alle esigenze familiari. Lo studio quantitativo conferma che, per uomini e donne, il benessere e la produttività dipendono soprattutto dalla possibilità di disporre di uno spazio domestico confortevole, adatto al lavoro e negoziato con il/la partner. Il problema, dunque, non è una diversa sensibilità allo spazio, ma un accesso ancora diseguale a spazi di lavoro di qualità, anche nelle abitazioni.

L'evento non si è limitato alla presentazione dei risultati scientifici. Un laboratorio partecipativo, condotto da Eleonora Crapolicchio e Giulio Faccenda, ha coinvolto il pubblico nella lettura critica di ambienti di lavoro caratterizzati da differenti elementi di design, mostrando come colori, arredi, disposizione degli spazi e simboli possano trasmettere messaggi impliciti di inclusione, appartenenza o esclusione. La successiva tavola rotonda con rappresentanti del mondo accademico, istituzionale e professionale ha rilanciato una riflessione condivisa: progettare spazi inclusivi significa ripensare non solo gli edifici, ma anche le pratiche organizzative e le relazioni che li attraversano.

Il messaggio che emerge dal progetto è chiaro: lo spazio non rappresenta una semplice questione logistica o architettonica. È una risorsa relazionale che favorisce benessere, equità e partecipazione. Per questo, chi si occupa di famiglie, organizzazioni e politiche del lavoro non può più considerarlo uno sfondo neutrale, ma una leva concreta per promuovere contesti realmente inclusivi.

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