Università Cattolica del Sacro Cuore

PMA: il punto di vista degli operatori


Circa il 15% delle coppie presenta un problema di infertilità, fenomeno in largo aumento negli ultimi anni, così come la ricerca di una possibile soluzione tramite procreazione medicalmente assistita (PMA). Molti e diversi sono gli studi focalizzati sui vissuti delle coppie, mentre assai limitata è la ricerca sull’esperienza degli operatori. I primi hanno ampiamente dimostrato che l’infertilità e il suo trattamento rappresentano esperienze stressanti per le coppie e in particolare per le donne, che sottopongono il proprio corpo a procedure di stimolazione ormonale, con conseguenze negative dal punto di vista fisico, psicologico e sessuologico.

 La PMA si rivela dunque un percorso non esente da costi, soprattutto se si considera che la probabilità di successo è di circa il 30%, con percentuali che si abbassano all’aumentare dell’età della donna. In questo contesto, un tema delicato è infatti quello del dropout, vale a dire l’abbandono del trattamento dopo un ciclo con esito negativo da parte di coppie che tuttavia presentano una prognosi favorevole e buone disponibilità economiche. Ma gli studi hanno dimostrato che il dropout è imputabile non solo a fattori di ordine fisico e psicologico che riguardano la coppia (ad esempio, gli effetti collaterali dei trattamenti ormonali e lo stress individuale e relazionale ad essi associato), ma anche alle caratteristiche del contesto clinico in cui si svolge il percorso di PMA, con particolare riferimento alla presenza di difficoltà nella comunicazione tra operatori e pazienti.

Per questa ragione si rivela di particolare interesse la ricerca* sul vissuto degli operatori. I pochi studi presenti in letteratura hanno messo in evidenza che le principali fonti di stress per i professionisti che lavorano nel campo della PMA riguardano: (i) le difficoltà organizzative, non di rado con un ingente carico di lavoro; (ii) la complessità delle procedure, che richiedono la manipolazione di gameti ed embrioni, con altissimi livelli di responsabilità anche dal punto di vista medico legale; (iii) la relazione con pazienti che spesso presentano stress elevato e ai quali frequentemente occorre comunicare cattive notizie circa l’esito della PMA. Queste sfide quotidiane possono indurre negli operatori sentimenti di frustrazione (fino al burnout), soprattutto quando l’équipe non riesce a garantire gli standard di cura desiderati.

Inoltre la letteratura suggerisce che occuparsi dei vissuti degli operatori è importante, non solo per migliorare le loro condizioni lavorative, ma anche per incrementare la qualità del servizio offerto ai pazienti. Ed è proprio in questa cornice che si inserisce un recente approfondimento svolto dal Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia, in collaborazione con l’Unità Operativa Complessa di Psicologia Clinica e il Centro PMA dell’ASST Santi Paolo e Carlo, e il Centro di Medicina della Riproduzione dell’Ospedale Evangelico di Genova, i cui risultati preliminari sono stati presentati al XIII Congresso Nazionale dell’Associazione SIPSA (Società Italiana di Psicologia della Salute; Napoli, 23-25 maggio 2019).

L’obiettivo della ricerca è stato quello di esplorare l’esperienza vissuta dall’équipe di PMA, evidenziandone gli aspetti cognitivo-affettivi ed etico valoriali, le matrici di significato, le sfide e risorse al fine di individuare le teorie implicite, i valori e le rappresentazioni che orientano questa complessa pratica. Lo studio ha così previsto il coinvolgimento di 23 operatori di diversa professionalità, di età compresa tra 32 e 63anni, che sono stati ascoltati individualmente presso il luogo di lavoro con interviste semistrutturate e orientate in senso narrativo.

L’analisi testuale delle interviste (audioregistrate e successivamente trascritte) ha fornito informazioni preziose sui significati (spesso inconsapevoli) che gli operatori attribuiscono alla PMA, rappresentata come risorsa che certamente offre importanti opportunità, ma che al contempo pone questioni etiche con cui i professionisti si confrontano quotidianamente. Al centro la complessa coniugazione tra le possibilità offerte dalla tecnica e il limite imposto dalla natura (soprattutto in relazione all’età della donna), e le domande sul confine in cui situare questo limite. Ad esempio: quando fermare una coppia che chiede un ennesimo ciclo dopo molti tentativi falliti? Che posizione prendere rispetto alla richiesta di una donna in età avanzata, conoscendo i rischi per la salute ai quali si espone?  Si tratta di temi cruciali intorno a cui si articola il discorso degli operatori, spesso disarmati di fronte a una “domanda di bambino” che, come ben evidenziato dalla letteratura, assume i caratteri della rivendicazione.

La presenza di uno psicologo nell’équipe si rivela dunque fondamentale non solo per offrire sostegno alle coppie, ma anche per fornire agli operatori strumenti di lettura delle complesse dinamiche emotivo-affettive che caratterizzano le diverse fasi del percorso, e che spesso vengono vissute come un ostacolo nella comunicazione con i pazienti. Inoltre, poiché i significati latenti e le teorie implicite degli operatori entrano nell’incontro con le coppie e producono resistenze che talvolta precludono l’ascolto, esitando in posizioni di chiusura che si situano anche dal lato del professionista, l’intervento dello psicologo sull’équipe può sbloccare situazioni di impasse e rimettere in circolo sentimenti di fiducia e speranza nella relazione di cura, anche quando le cose non vanno come avrebbero desiderato tanto la coppia quanto gli operatori.

Renata Maderna


*Team di ricerca:

Federica Facchin*, Daniela Leone**, Chiara Beltrame*, Mauro Costa***, Giovanna Rossi*, Patrizia Sulpizio****, Giancarlo Tamanza*, Elena Vegni**

*Centro di Ateneo di Studi e Ricerche sulla Famiglia, Università Cattolica di Milano

**ASST Santi Paolo e Carlo, Università degli Studi di Milano

***Centro di Medicina della Riproduzione, Ospedale Evangelico Internazionale

**** Centro PMA, ASST Santi Paolo e Carlo