Università Cattolica del Sacro Cuore

Ma io a chi assomiglio?


Sapere chi sono tuo padre e tua madre e conoscere la famiglia e la storia in cui sei stato chiamato a vivere parrebbero quasi ovvietà scontate nella crescita di un bambino, ma oggi non lo sono in casi sempre più numerosi, dovuti al grande aumento del fenomeno della procreazione medicalmente assistita (PMA) che, motivata in gran parte dall’aumento dell’infertilità, rappresenta senza dubbio la rivoluzione più consistente relativamente alla genitorialità e alla filiazione. In particolare ci si chiede quale sia il vissuto di un bambino nato tramite la cosiddetta donazione, quando, cioè, vengono applicate le tecniche di fecondazione eterologa, che ricorrono alla donazione di gamete (ovulo, sperma, embrione) da parte di un soggetto terzo esterno alla coppia di genitori che lo crescerà.

Nonostante il tema abbia suscitato numerose riflessioni sulle conseguenze del fenomeno a livello etico e legale, ad oggi solo pochissimi studi hanno raccolto l’esperienza diretta delle persone concepite tramite donatore di gamete, nonostante molti paesi europei e d’oltreoceano riconoscano legalmente il diritto di accedere all’identità del proprio donatore con il raggiungimento della maggiore età. Si tratta certamente di un tema controverso, specialmente per le coppie interessate che, se da un lato desiderano garantire l’accesso all’origine genetica dei propri figli e comunicare la verità, dall’altro combattono con il timore di venir rifiutati dai figli e compromettere così il funzionamento familiare, nonché di venir stigmatizzati a livello sociale.

In un recente lavoro di revisione sistematica della letteratura condotto da Canzi, Accordini e Facchin
[E.Canzi, M. Accordini, F. Facchin (2019). “Is blood thicker than water?” Donor conceived offspring subjective experiences of the donor: A systematic narrative review. Reproductive Bio Medicine On line], si contano solo 29 studi sul tema, tutti pubblicati dopo il 2010, condotti principalmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito e riguardanti nella maggior parte dei casi figli concepiti tramite donazione di sperma. Eterogenee le tipologie familiari indagate: coppie eterosessuali, coppie lesbiche, madri single.

I risultati hanno messo in evidenza che per i figli di donazione il fatto di avere un legame genetico con il proprio donatore non è questione irrilevante. Specialmente chi viene a conoscenza delle circostanze del proprio concepimento ad un’età più avanzata, ha una rappresentazione personale del donatore, percepito come un “padre”, ed esprime grande curiosità ed interesse per la sua identità. Sono anche i figli di madri single o lesbiche ad utilizzare termini più intimi nel parlare del donatore e ad esprimere maggior desiderio di conoscerlo e stringere una relazione con lui: in assenza di una figura paterna all’interno del nucleo familiare, è certamente più facile esprimere questi sentimenti e pensieri e la posizione del donatore è per così dire meno scomoda rispetto a quanto accade in una famiglia tradizionale con genitori eterosessuali.

Quali sono le ragioni che spingono a conoscere l’identità del donatore? Oltre alla curiosità circa l’aspetto fisico e le caratteristiche di personalità che possano essere stati loro trasmessi, molti riportano di voler contattare il donatore per poter accedere alle proprie origini e dare senso alla propria storia, alle proprie attitudini, preferenze ed inclinazioni. In fondo chi non si è mai posto la domanda “A chi assomiglio?”. Spesso i figli ne parlano come di un diritto, più che di un desiderio, a dire di un bisogno profondo orientato da una ricerca di senso.

Non altrettanto comune è il desiderio di avere una relazione “in carne ed ossa” con il donatore. La posizione dei figli al riguardo è piuttosto ambivalente, probabilmente per i naturali sentimenti di lealtà che si possono provare nei confronti dei propri genitori. Alcuni ad esempio hanno raccontato di aver rinunciato a ricercare maggiori informazioni sul donatore e a conoscerlo personalmente per evitare di ferire il genitore sociale, la cui posizione è certamente delicata in quanto non ha un legame genetico con il figlio. Altri lo hanno fatto evitando di farlo sapere. Non è un caso, al proposito, che i figli inizino il processo di ricerca in tarda adolescenza o giovinezza, quando si ha maggiore indipendenza dalle famiglie di origine e i conflitti di lealtà si fanno sentire di meno. Di frequente la ricerca comincia durante o dopo un’importante fase di transizione della vita o un momento di crisi personale. D’altra parta è con l’ingresso nel mondo adulto che la questione identitaria si fa più pregnante: alcuni adulti intervistati riportano ad esempio di aver iniziato a ricercare informazioni sul donatore quando sono diventati a loro volta genitori, spinti dal bisogno di ricostruire la propria origine e trasmettere la propria eredità. Ricorrendo alla saggezza popolare, “il sangue non è acqua”.


Renata Maderna