Università Cattolica del Sacro Cuore

Il sostegno al partner ammalato


Le relazioni si fondano su un complicato equilibrio tra vicinanza e distanza. Lo spiegò molto bene il filosofo tedesco Schopenhauer con il cosiddetto “dilemma del porcospino”: in una notte d’inverno un gruppo di porcospini nel tentativo di riscaldarsi cominciarono a stringersi per proteggersi, ma ben presto sentirono le spine reciproche e il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo. Fino a che trovarono la giusta distanza per farsi calore senza farsi male.  Questo equilibrio, che vale per le relazioni quotidiane di qualsiasi natura esse siano (per esempio amicali o tra colleghi…), diventa ancora più importante quando in una coppia un partner si ammala, per la portata emotiva dell’evento e per le richieste sconosciute alle quali espone.

Nessuno è completamente indipendente. Tutti hanno bisogno dell’altro per sopravvivere, soprattutto in momenti di vita stressanti come può essere la diagnosi di una malattia, una situazione su cui da anni è avviata una ricerca presso il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e coordinata dalla Prof.ssa Anna Bertoni (équipe: Anna Bertoni, Silvia Donato, Giada Rapelli), che studia come la coppia gestisce lo stress a seguito di una malattia cardiaca.

La malattia innesca nella coppia un periodo di transizione nel quale trovare nuove e più adeguate modalità di funzionamento, attraverso una ridefinizione dei confini e delle relazioni, una nuova ridistribuzione dei ruoli e dei compiti. Molti studi hanno ormai chiarito che la presenza di un partner con cui condividere pensieri, aspettative, e preoccupazioni a seguito di una malattia cardiaca, possa essere benefica per la salute fisica e mentale del malato, diminuendo anche il rischio di ricadute e il tasso di mortalità.

Lo studio precisa, tuttavia, che non è tanto la sola presenza fisica del partner a fare la differenza, bensì la qualità e l’adeguatezza del supporto fornito. Capita infatti, che il partner che cura, il cosiddetto “caregiver”, proprio perché si trova in una situazione nuova e talvolta onerosa, sia incerto e non sappia come essere realmente supportivo. Le modalità di tale sostegno possono infatti essere varie. La ricerca ha segnalato tra quelle meno adeguate, con effetti negativi sulla salute psicofisica del paziente:

- essere eccessivamente iperprotettivi, sottostimando le capacità autonome del paziente, e fornendo aiuto non necessario e superfluo, nel tentativo di mettere il paziente “sotto una campana di vetro per il suo bene”. Infatti questa modalità, che può essere usata dal coniuge per accelerare i tempi piuttosto che aspettare che il paziente faccia da sé, per salvaguardare il paziente da possibili rischi e per la sua sicurezza, o ancora per sedare le proprie ansie e preoccupazioni (o anche il proprio bisogno di controllo) rischia di generare, come è emerso dalle analisi, sintomi depressivi nel paziente, perché può acuire la sua percezione di essere malato ed erodere il suo senso di autoefficacia e autostima;

- avere un atteggiamento ostile, per esempio banalizzando i sintomi e le preoccupazioni del paziente con critiche, biasimo e freddezza (forse per far fronte alla propria quota di risentimento per il carico e gli oneri della cura), un modo che può avere conseguenze avverse per la salute psico-fisica del paziente, in quanto induce sintomi ansioso-depressivi.

Un partner capace di fornire vicinanza, comprensione, empatia, evitando di sostituirsi al malato, ma lasciando che sperimenti le sue capacità in autonomia, anche in un momento di stress come la malattia cardiaca, ha invece effetti benefici e protegge dall’esperire disturbi dell’umore.

La ricerca ha chiarito, inoltre, che anche chi si prende cura del malato presenta una salute psico-fisica precaria, con alti punteggi di ansia e depressione, e questo a riprova del fatto che la malattia è qualcosa di relazionale che va oltre il mero soggetto malato. Occorre, dunque, tramite queste ricerche diadiche ancora agli albori, esaminare l’interdipendenza dello stress dei partner durante la malattia. Le reazioni, infatti, possono essere le più diverse: si possono prendere le distanze e fingere che tutto sia uguale a prima o, all’opposto, si possono perdere i confini (e le sicurezze) individuali, e fagocitare l’altro in un rapporto invischiante. Per questa ragione diventa importante studiare il supporto benefico, per progettare interventi che prendano in carico l’intera diade, in modo che l’affetto reciproco sia generativo, anche nei contesti di malattia, per il benessere individuale e della coppia.