Università Cattolica del Sacro Cuore

Il report Italia per il Family International Monitor

 

Quando si dice povertà, automaticamente si pensa a alla scarsità di risorse economiche, ma in realtà il fenomeno è multidimensionale, legato a filo doppio alle vulnerabilità educative e relazionali. Lo segnala in modo approfondito il report italiano realizzato dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per l’indagine 2020 su Famiglia e povertà relazionale del Family International Monitor,  un progetto di ricerca internazionale nato nel dicembre 2018 su ispirazione di papa Francesco e per iniziativa del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, dell’Università̀ Cattolica di Murcia (Spagna), e del Centro Internazionale Studi Famiglia (Cisf) di Milano per analizzare le concrete condizioni di vita delle famiglie nel mondo.

Le relazioni interpersonali e sociali a livello micro si rivelano decisive per il benessere delle famiglie quanto l’influenza dei fattori sociali, culturali, politici ed economici a livello macro. Tali relazioni familiari, che costituiscono la più importante risorsa per affrontare le difficoltà interne ed esterne nella vita quotidiana delle famiglie diventano ancora più decisive in quelle vulnerabili e marginali, come segnalano i dati del report  italiano, ma anche degli altri Paesi coinvolti nella ricerca (presentata il 23 giugno nel corso di un evento internazionale in streaming) realizzata da diversi centri universitari in undici Paesi del mondo: Benin, Brasile, Qatar, Cile, India, Italia, Kenya, Libano, Messico, Spagna e Sud Africa.

La povertà relazionale, riferita ad una famiglia, può dipendere sia dalla scarsità di relazioni presenti e attive in un determinato gruppo familiare, sia essere causata dalla limitatezza delle reti di relazioni in cui la famiglia è inserita o da un deficit di qualità delle relazioni stesse, interne o esterne al nucleo.

Dai dati raccolti (gruppo di lavoro, coordinato da D. Bramanti e composto da: M. L. Bosoni, E. Carrà, E. Matteazzi, M. Menon, S. Nanetti, F. Perali, A. Scisci) è risultato evidente che reti più piccole, legami più fragili, minor investimento sulla dimensione generativa possano essere predittori di povertà relazionale. Alcune specifiche condizioni familiari, infatti, sono più vulnerabili di altre come i nuclei monogenitoriali, a maggior rischio di povertà relazionale ed economica e le famiglie numerose, maggiormente esposte al rischio della povertà economica. Inoltre è stata evidenziata una crescente criticità per la cura quotidiana degli anziani e la difficoltà della conciliazione tra lavoro e famiglia, che erodono il tempo necessario alle relazioni familiari e di cura.

Infine un altro fenomeno in crescita allarmante in Italia è la presenza significativa di giovani (15-29 anni) che non studiano e non lavorano, per cui si comincia a parlare di una “generazione perduta” (i Neet). La loro l’incidenza sul totale nel 2017 era del 24,1 per cento con punte del 34,4 per cento nel Mezzogiorno.

La ricerca, che ha rilevato forme di disuguaglianza secondo varie direttrici non solamente geografiche (reddito, etnia, sesso, generazioni, capitale culturale familiare), evidenziando l’importanza di future analisi a livello micro-sociale, ha confermato, tuttavia, che proprio nelle situazioni di maggior debolezza e fragilità del tessuto sociale, la famiglia manifesta maggiormente la sua forza e resilienza di fronte alle sfide interne ed esterne, mettendo in gioco prima di tutto proprio la forza delle relazioni.

La famiglia italiana, per lungo tempo definita come l’espressione peculiare di un familismo amorale, che vedeva i suoi membri ripiegati nel conseguimento di interessi particolaristici e di casta, del tutto distanti dall’interesse generale o collettivo, mostra in realtà capacità generative e prosociali fortemente connesse all’interesse pubblico e positivamente correlate alla realizzazione del bene comune.

 

Renata Maderna