Università Cattolica del Sacro Cuore

Famiglie fragili. Nuovi strumenti

 

Abbattere muri, costruire ponti, aprire le porte: queste espressioni le sentiamo spesso. Ma come fare perché questo capiti veramente soprattutto nelle famiglie che vivono particolari condizioni di fragilità?

Il Centro di Ateneo con una ricerca/intervento diretta da Elisabetta Carrà è partner nella realizzazione del monitoraggio e della valutazione del progetto Porte aperte avente come capofila il Comune di Novara, finanziato dalla Fondazione Con i bambini nell’ambito del bando 2016 per il contrasto alla povertà educativa minorile. Il progetto prevede attività rivolte alle famiglie di un quartiere ad elevata presenza di stranieri e di situazioni di fragilità sociale ed educativa in carico ai servizi sociali per aiutarle ad uscire dalle loro enclaves e a integrarsi nella comunità. Ad oggi si sono concluse le prime due annualità del progetto e la relativa valutazione della sua efficacia di cui in breve rendiamo qui conto.

 

Questa ricerca/azione ha come punto di forza il fatto che essa ha adottato il modello Lente dell’Impatto Familiare come ottica di tutto l’intervento, abilitando gradualmente gli operatori a muoversi secondo questo modus operandi che si basa su una metodologia partecipativa e che fa leva su cinque principi. Tali principi sono responsabilità (aiutare le famiglie ad essere autonome), stabilità (favorire il superamento di transizioni critiche), supporto delle relazioni e implementazione delle competenze, diversità (utilizzo di approcci adatti a diverse situazioni familiari) e coinvolgimento nella progettazione e realizzazione degli interventi. I risultati ricavati dai primi due anni hanno evidenziato una buona capacità di assimilazione del modello da parte degli operatori, che deve tuttavia ancora essere implementata.

Due le osservazioni più rilevanti. La prima riguarda il fatto che l’attenzione per le ricadute sulle famiglie delle iniziative intraprese pare essere prerogativa soprattutto di chi ha la famiglia come propria mission, mentre tale sensibilità è molto meno avvertita da altri operatori come, per esempio, gli educatori dei nidi e delle scuole per l’infanzia.

 

La seconda osservazione riguarda la diversa efficacia attribuita ad ognuna delle cinque dimensioni indicate. Gli operatori ritengono di essere riusciti in buona misura a supportare le relazioni familiari e a contrastare la disgregazione familiare favorendo così stabilità, mentre ritengono di essere stati poco incisivi nel favorire responsabilità e coinvolgimento, segno di una certa reticenza ad abbandonare un’ottica assistenzialistica.

La maggiore criticità evidenziata dagli operatori è però quella legata al principio della diversità: ritengono molto difficile riuscire ad offrire alle famiglie servizi adeguati alle loro caratteristiche specifiche tenendo conto delle molteplicità di provenienze etnico-culturali. Questo è perciò il punto su cui occorre ancora lavorare visto che proprio queste due dimensioni sono strategiche per contrastare la povertà educativa.