Università Cattolica del Sacro Cuore

Adottati discriminati: il gruppo salva

 

Per gli adottati esiste il rischio di essere vittima di discriminazione etnica, ma il gruppo degli amici si rivela un fattore decisivo per il loro benessere. L’accompagnamento dei genitori è importante ma occorre che la società più in generale, a cominciare dalla scuola, adotti l’adottato. Emergono interessanti linee di intervento dall’innovativa ricerca (Ferrari et al., 2017) realizzata dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia a proposito della discriminazione etnica degli adottati, un aspetto raramente esplorato, sia in ambito internazionale che nel contesto italiano, a fronte, al contrario, di numerosi studi sul medesimo tema legato agli immigrati.

È importante ricordare che la maggior parte delle adozioni internazionali sono transrazziali in Italia (che è il secondo Paese al mondo e il primo in Europa per adozioni realizzate con numeri consistenti: 49.435 dal 2001 al 2016). Questa realtà riguarda molti ragazzi che oggi sono adolescenti e giovani adulti etnicamente diversi dagli altri membri della famiglia, una differenza che nella maggior parte dei casi rende lo status adottivo “visibile” dentro e fuori casa e sollecita non di rado domande e commenti inappropriati da parte degli estranei. La ricerca, che ha coinvolto 91 immigrati e 119 adottati di origine latinoamericana tra i 15 e i 24 anni, ha mostrato che, benché in misura minore rispetto agli immigrati, la discriminazione etnica è un fenomeno che riguarda anche la popolazione adottiva, un fattore di rischio associato a più bassi livelli di autostima.

A livello internazionale le ricerche hanno messo in evidenza un’associazione tra la percezione di discriminazione e l’adattamento psicosociale dell’adottato, sottolineando che alti livelli di discriminazione influenzano negativamente e sono negativamente associati a bassi livelli di riuscita scolastica e adattamento al contesto scolastico (Seol et al., 2016), alti livelli di problemi emotivo comportamentali, droga e abuso di alcool (Lee et al., 2015), depressione (Arnold et al., 2016), distress e problemi del sonno (Koskinen et al., 2015).

La ricerca del Centro ha fatto un passo in più spostandosi dalla focalizzazione sugli effetti negativi della discriminazione etnica, a cui si è interessata la maggior parte delle ricerche relative al tema, sul livello di benessere dei soggetti che ne sono vittima e sui fattori protettivi che permettono ai soggetti di far fronte a tali conseguenze negative. Fattori che possono essere individuali e sociali. Per quanto riguarda i fattori individuali, il citato studio di Ferrari e colleghi (2017) ha evidenziato come dare valore alle proprie origini e al background del Paese dove l’adottato è nato e riconoscere gli aspetti positivi di tale appartenenza, si rivela un aspetto fondamentale per permettergli di far fronte alle conseguenze negative che la discriminazione può avere per il suo benessere psicologico. Tra i fattori protettivi sociali, invece, si rivela un fattore di cruciale importanza la relazione con i pari, che nella letteratura sulle minoranze etniche, è risultata essere un fattore protettivo rispetto agli effetti negativi della discriminazione etnica per il benessere del soggetto, poichè riduce l’impatto negativo sull’autostima e sull’adattamento psicosociale (Brody et al 2006; Juang et al., 2016).

Anche nello studio condotto dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia è stato verificato che il riconoscimento e la valorizzazione della differenza etnica da parte degli amici può essere un fattore protettivo, che argina gli effetti negativi della discriminazione. La ricerca evidenzia, infatti, come il percorso adottivo sia intessuto nel sociale e il sociale (amici, pari e altri adulti) si riveli di grande importanza per l’adottato perché può contribuire o meno al successo o al fallimento dell'adozione stessa.

L’adozione, dunque, non va considerata un’azione privata, che riguarda solo genitori e figli, ma è per sua natura un’azione sociale. Lavorare con i genitori è importante perché, nonostante non possano direttamente proteggerlo da queste difficoltà, sono i primi che possono preparare il figlio a farvi fronte in modo efficace.  D’altra parte però diventa di grande importanza nel post adozione lavorare su più fronti aprendo piste di intervento anche nei contesti in cui i ragazzi sono inseriti. A cominciare dalle scuole, le altre agenzie educative, i media. Per diffondere una cultura che assuma l’adozione come impresa sociale.

 

Renata Maderna