Università Cattolica del Sacro Cuore

Il lavoro al tempo del Covid-19

 

 

COVID-19 e conciliazione familiare e lavorativa: quali sfide e risorse per le famiglie italiane?

 

L’attuale situazione di emergenza sanitaria causata dalla diffusione del virus COVID-19 ha avuto un forte impatto sulla nostra società, generando una condizione sociale totalmente nuova, tanto per il Governo, quanto per l’ambito sanitario, le aziende e i cittadini, obbligando l’adozione di misure di contenimento e tutela della salute pubblica mai utilizzate prima, che hanno avuto ripercussioni tanto sul sistema produttivo quanto sul tessuto sociale. Tanto le aziende quanto i cittadini hanno dovuto modificare i propri stili di vita e di lavoro e le famiglie sono uno dei gruppi sociali che ha risentito maggiormente di questa situazione. Considerando l’elevato impatto che la situazione di lockdown ha avuto sul tessuto lavorativo e sociale, un gruppo di ricercatori del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha avviato un’importante ricerca su tutto il territorio italiano ponendosi l’obiettivo di indagare come la situazione di emergenza sanitaria abbia impattato sul singolo e sulle coppie/famiglie in termini di gestione dei carichi di cura familiari, di lavoro e di gestione dello stress. La ricerca ha coinvolto 1.391 italiani (di cui il 73% donne), mediamente di età superiore ai 45 anni (56%), coniugato (64%) o convivente (10%) e residente nel Nord-Ovest (63,4%), con un livello socio-educativo medio-alto (laurea o post lauream nel 65% dei casi).

Strategie di conciliazione. Le famiglie da sole e “ripiegate”: la relazione di coppia come fulcro protettivo

“La situazione di emergenza ha contribuito a mettere in luce alcune caratteristiche del welfare italiano, sostanzialmente centrato sulla famiglia come ammortizzatore sociale e caregiver primario ed imperniato sulla figura femminile” ci spiega la prof.ssa Sara Mazzucchelli. Il 68% del campione ha figli, nello specifico un quarto almeno un figlio in età prescolare e il 36% almeno un figlio in età scolare (6-13 anni). Il primo dato che balza all’occhio è legato alla gestione dei carichi familiari, per i quali le famiglie italiane, in seguito ai decreti ministeriali sul distanziamento sociale le persone hanno dovuto abbandonare il sostegno delle reti familiari “classiche” ed utilizzate prima dell’emergenza (es. nonni, parenti), così come il supporto dalla rete di vicinato ed amicale (il 60,5% delle persone che prima gestivano i carichi familiari grazie agli amici ora se ne occupano da soli e il 38% si appoggia al partner). Anche se il lavoro dei badanti e di babysitter è rimasto fruibile in questo tempo di quarantena sono pochissime le famiglie che hanno continuato ad usufruire di questo aiuto (5%). Il lavoro di cura è ricaduto quindi esclusivamente sui genitori, spesso impegnati anche nella prosecuzione del proprio lavoro. A seguito dell’emergenza sanitaria infatti, il 78% dei rispondenti indica di aver continuato a lavorare, per la maggior parte da casa (62%).

Il doppio impegno (lavoro e cura delle esigenze educative e familiari), sembra incidere notevolmente anche sulla valutazione della prestazione lavorativa dei rispondenti: coloro che si occupano da soli dei figli indicano di avere difficoltà a concentrarsi sul lavoro a causa di pensieri riguardanti la cura.

Certamente anche l’età dei figli gioca un ruolo importante per comprendere lo stato di gestione dello stress in questa difficile situazione. Nello specifico, come afferma la dott.ssa Sara Molgora “sono i genitori lavoratori con figli di età inferiore ai 6 anni quelli che risultano maggiormente in difficoltà e più stressati. Le famiglie con figli in età scolare (6-13 anni) invece, pur faticando altrettanto nella conciliazione famiglia-lavoro, compensano questa fatica con delle risorse specifiche, riportando - rispetto a chi lavora ma non ha figli di questa età - un maggiore senso di efficacia genitoriale”.

In entrambe queste situazioni, spiega la prof.ssa Silvia Donato, “una risorsa importante è costituita dalla maggiore capacità di gestione dello stress e delle fatiche dovute alla cura condivisa entro la coppia, che diminuisce lo stress e la percezione di interferenza lavoro fra il lavoro e la famiglia, e migliora anche la soddisfazione per il proprio lavoro. Questa risorsa peraltro ne catalizza anche altre: maggiore capacità di vedere il lato positivo della situazione, minore interferenza delle preoccupazioni personali sull’attività lavorativa e maggiore percezione che l’ambito familiare e lavorativo si arricchiscano reciprocamente, nonché maggiore efficacia genitoriale”.

“La fatica è certamente maggiore per quanti hanno familiari disabili o non autosufficienti di cui occuparsi: la cura di queste persone ricade soprattutto sulle donne over 50. Si tratta di una generazione che si trova ora particolarmente isolata rispetto alla rete di aiuto (non si appoggia ad aiuti esterni, e nemmeno al partner). L’esito di tale contrazione del network di supporto è una grande fatica ed insoddisfazione per il lavoro, che viene accantonato ma senza un reale beneficio in termini di riduzione dello stress”, spiega la dott.ssa Maria Letizia Bosoni.

Una sfida che hanno dovuto affrontare le famiglie italiane è quindi certamente quella di accudire i figli e contemporaneamente proseguire l’attività lavorativa, senza poter contare sulla rete di aiuto presente prima dell’emergenza. Ciò sembra aver causato una sorta di ripiegamento della famiglia su sé stessa, in una configurazione nella quale il lavoro di cura ricade ancora una volta sulle donne, seppur lavoratrici. L’aiuto del partner, a cui hanno accesso però soprattutto le donne più giovani, è certamente un elemento di sostegno. Purtroppo una distribuzione più paritaria nella coppia dei carichi di cura sembra essere appannaggio delle generazioni più giovani e quindi le donne over50 si trovano ad affrontare in solitaria e con maggiori costi per il loro benessere questo periodo di difficoltà.

 

L’anticamera del divario sociale

Infine, è stato chiesto alle persone se si sono trovate a dover scegliere dove porre le proprie priorità: famiglia o lavoro? Le analisi rivelano che attribuisce più importanza al lavoro chi non ha figli o chi non si occupa personalmente della loro gestione, chi ha titolo di studio più elevato, e un reddito maggiore. Mentre attribuisce più importanza alla famiglia chi ha figli e si occupa personalmente di loro, chi ha titolo di studio più basso e reddito basso, chi ha più familiari conviventi. Questo dato è la premessa di un ampliamento del divario sociale su cui le istituzioni dovranno certamente lavorare per poter prevenire una tale e pericolosa frattura sociale.