Università Cattolica del Sacro Cuore

2019 – F. G. Brambilla, I corpi intermedi, figure del noi sociale (Contributi, 11)

Questo testo nasce come lectio magistralis del Vescovo Franco Giulio Brambilla introduttiva alla Summer School MCL 2019 (XI edizione) dal titolo “Corpi intermedi: innovazione sociale e azione politica”, destinata a un folto gruppo di giovani del Movimento Cristiano Lavoratori riuniti nella nostra Università Cattolica del Sacro Cuore per una intensa quattro giorni di lezioni, lavori di gruppo, tavole rotonde. Proprio la sua rilevanza contenutistica ha suggerito questa pubblicazione, che siamo convinti possa contribuire a ripensare e a rilanciare il valore della dimensione comunitaria concretamente vissuta, per contribuire alla realizzazione del bene comune. 


Il titolo I corpi intermedi, figure del noi sociale: per lo sviluppo della persona e la giustizia nella società è di per sé eloquente. Si tratta di una rilettura, per diversi profili originale, del principio di sussidiarietà costantemente riproposto dalla dottrina sociale della Chiesa nel suo sviluppo.
Dalla sua funzione principale – quasi apologetica, assolta in passato – di tutela del cittadino dalle pretese dello Stato suggerisce di passare a una visione personalistica per la promozione della dimensione sociale dell’essere umano.


Parlare oggi di “corpi intermedi” può sembrare anacronistico, ma ciò rende ancora più urgente trattare l’argomento, in tempi nei quali l’individualismo e la disintermediazione politica e sociale sembrano prevalere, non solo nel nostro paese. 


Per fare un esempio, Raghurai Rajan – professore alla University of Chicago Booth School of Business, che ha prestato servizio come chief economist al Fondo Monetario Internazionale e come Governatore della Reserve Bank of India, la banca centrale indiana, ha scritto nel 2018 un volume che ha avuto grande risonanza: The Third Pillar: How Markets and the State Leave the Community Behind. Rajan si riferisce soprattutto alla dimensione politica e invita a espandere i poteri e lo spazio d’azione delle comunità locali (in particolare gli Stati negli ordinamenti federali), per contrastare la concentrazione del potere economico e politico che condanna allo svuotamento e alla irrilevanza le realtà periferiche. 


Il bisogno di un “pilastro” comunitario è dunque fortemente sentito; e non solo per controbilanciare i pilastri dello Stato e del mercato. Nel terzo millennio, infatti, non si possono non menzionare altre dimensioni emergenti del potere, che intersecano in vari modi gli Stati e i mercati con la capacità di condizionarli, se non di forgiarli. Pensiamo al potere associato allo sviluppo e applicazione delle innovazioni tecnico-scientifiche (di cui l’intelligenza artificiale è l’esempio più ovvio), ma soprattutto al potere che deriva dalla capacità di raccogliere ed elaborare (eventualmente manipolare) l’informazione. Ci troviamo nella situazione paradossale di un monopolio nell’uso di dati privati (sui quali si perde di fatto la proprietà privata), che vengono condivisi su piattaforme, che sono invece difese da precisi diritti di proprietà. Si capisce bene, allora, che il bisogno di comunità è più vasto e più profondo di quanto possa essere soddisfatto dal potenziamento delle comunità politiche locali. Occorre ben di più; è urgente di ripensare e praticare cosa significa “comunità” nel concreto del qui e ora. 


L’esperienza vivente di comunità, dove il dire “noi” esprime un’appartenenza libera e reale, costituisce molto di più di un terzo pilastro fra Stato e mercato, e rappresenta il motore essenziale che può rivitalizzare i processi che tendono al bene comune, al bene «di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 7). Non basta, infatti, elaborare analisi accurate della situazione e indicare possibili direzioni di cambiamento per invertire realmente la rotta: per costruire occorre partire da qualcosa di positivo, che indichi una strada realmente percorribile, che possa coinvolgere la libertà delle singole persone in un’avventura comune, nella quale è possibile dire “noi” senza che questo sia una costrizione. 


Non solo fra i giovani – ma specialmente fra i giovani – occorre coltivare la consapevolezza critica che esistono già degli spazi reali, nella concretezza del quotidiano, nei quali si può dire “noi” con convinzione; spazi nei quali si può agire attivando processi che trasformano dal di dentro la convivenza sociale e politica, liberi dal ricatto della visibilità immediata di quel che si fa; spazi nei quali si può, nel tempo, coltivare e correggere (letteralmente: reggere insieme) il potenziale di novità presente nella vita concreta dei corpi intermedi. 


È la constatazione di Papa Francesco nella Laudato si’: «Non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere … Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: “Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni”» (LS, 219).